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Era
il giorno in cui aveva rischiato le pietre, le aveva rischiate, dentro lo
spazio sacro del tempio, le aveva rischiate dagli uomini della religione, quelli che la
fede l’avviliscono al rango grigio di un prontuario di norme.
“Uscì
dal tempio” è scritto, quasi a dire che quando la religione subisce un tale
avvilimento, devi uscire.
Cercare
altrove.
E
il racconto, il racconto della vita, continua per le strade: “e mentre passava,
vide un uomo cieco dalla nascita.
E
i suoi discepoli lo interrogarono dicendo: Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi
genitori perché nascesse cieco?” (Gv 9,1-2).
Il
verbo “vedere” è al singolare.
Giusto
il singolare!
Gesù
lo vede.
Non
ditemi che i discepoli lo “videro”.
Quel
povero cieco per loro era un caso, un
caso su cui discutere.
Nessuno
di loro a misurare quel dolore degli occhi spenti, un dolore che aveva il tempo
di una vita: dalla nascita.
E
lui Gesù, infastidito dalle discussioni teologiche, in cui Dio è assente,
perché Dio o è il Dio della compassione o non è!
Loro
discutevano il caso.
Lui
guardava il cieco con compassione, quella che ti prende per fremito alle
viscere.
Ti
dirò che ho sentito in questi giorno uomini politici e uomini di chiesa parlare
come quei discepoli: Eluana per loro è un caso, una bandiera senz’anima, senza
più colori.
Guardali,
ascoltali: parlano con gli occhi asciutti.
I
teoremi contano più del dolore.
Si
permettono - e dovremmo tutti insorgere per sacra indignazione - parole oscene,
dentro l’abisso del dolore.
Parole
che feriscono, come lama, il cuore.
Parlano
senza sapere, senza il vero sapere che o è sposato alla vita, quella reale o
non è.
O
è sposato alla compassione o non è.
Parlano
da fuori, dai palazzi, come nei giorni di Welby, senza aver visitato, senza
essersi seduti ad ascoltare.
Non
conoscono case, inseguono disegni, i loro, difendono se stessi con la più
spudorata delle menzogne.
Agitano
bandiere, senza colore, perché se una donna o un uomo li defraudi della libertà
di decidere, hai tolto tu loro ogni goccia di sangue, ogni colore, hai tolto loro
il sangue e il colore della vita.
Mi
è capitato spesso di chiedermi, in giorni come questi che ci tocca di vivere,
se, in assenza di certezze assolute, non dovremmo tutti batterci perché almeno sia salva quest’ultima e prima
istanza, quella della libertà, senza la quale non si è viventi, ma manichini,
in mano ai poteri e ai loro disegni, fantasmi e cortigiani del nulla.
Ho
sentito parole oscene, ma ho anche visto immagini per me, dico per me, oscene.
Ho
negli occhi da giorni l’immagine di un’autolettiga che esce da una clinica,
presa quasi d’assalto, quasi si trattasse di una preda da conquistare.
Guardavo
gli occhi erano induriti dal livore, ho cercato invano segni di una umana
pietà.
Si
mescolano rosari a urla minacciose, una pietà senza pietà e dunque spietata.
Non
ho visto silenzio di pianto.
Ho
visto difesa di bandiere.
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